Io sono un autarchico


“Il sistema universitario italiano è fortemente arretrato sul fronte dell’internazionalizzazione.” Quando i media parlano dei difetti dell’università, questa è una delle affermazioni che ricorrono più frequentemente (anzi, dovrei dire in maniera quasi ossessiva :)

Su questo punto sono tutti d’accordo: i numeri parlano chiaro. Ma quali sono le cause?

Penso che sia molto istruttivo approfondire i motivi di questo ritardo e, soprattutto, cercare di capire quali siano le conseguenze delle più recenti politiche governative su questo aspetto. Perché ci sono delle sorprese.

Procediamo con ordine, partiamo dalle cause. La prima causa, e forse la principale, è costituita dalla scarsa attrattività del sistema universitario: gli stipendi di ingresso sono molto più bassi che negli altri paesi sviluppati (anche se poi la progressione salariale compensa, ma solo nel lungo periodo, questo gap). Inoltre reperire i fondi per la ricerca è più complicato che altrove: non è agevole sviluppare un programma di ricerca se i finanziamenti sono in balia di burocrazia, ritardi e disguidi (basti pensare alla recente vicenda dei fondi PRIN).

Se da un lato i ricercatori dei paesi sviluppati sono scoraggiati dal basso stipendio d’ingresso, dall’altro i ricercatori stranieri non arrivano nemmeno dai paesi in via di sviluppo a causa di leggi sull’immigrazione vessatorie in maniera demenziale: nessuno stupore quindi che questi “cervelli” si dirigano verso altri paesi (come Germania, Inghilterra, Francia, USA …) che incentivano i loro ingressi (o, perlomeno, non gli mettono i bastoni tra le ruote).

Ed ora arriva anche la ciliegina sulla torta. Infatti l’art. 6.12 della recente manovra finanziaria prevede che tutte le amministrazioni pubbliche dimezzino le spese per le missioni all’estero. Con tutta probabilità si tratta di una svista, ma ciò non toglie che la legge ignori la specificità della ricerca scientifica e, in nome del contenimento della spesa, la spinga verso l’autarchia.

Che applicare tale prescrizione alle università sia una incredibile sciocchezza può capirlo anche l’uomo della strada: ad eccezione di alcuni settori di ricerca (p.es. l’italianistica), la gran parte dei convegni scientifici più prestigiosi si svolge (ovviamente) all’estero, pretendere quindi di contingentare le missioni all’estero dei ricercatori vuol dire obbligarli a correre col freno tirato in un mondo della ricerca che, al contrario, diventa sempre più competitivo (specie nei settori di punta legati alla tecnologia).

Ma, nonostante questa norma sia evidentemente un pasticcio, gli atenei sembrano rassegnati a seguirla in maniera pecorona, senza manco fiatare. Per lo meno questo è quel che risulta dal nostro punto di osservazione: l’amministrazione dell’Università di Pisa sta progettando di di rendere piu’ rigidi i vincoli e gli adempimenti burocratici per ottenere il rimborso spese come se gli sprechi (che nell’Università di Pisa certamente ci sono) si annidassero nelle missioni all’estero, le quali vengono per lo più pagate su fondi che, solo per motivi burocratici, passano attraverso le mani dell’amministrazione centrale (si tratta di fondi assegnati -sulla base di una valutazione- ai ricercatori per i loro progetti di ricerca).

Così, mentre il Ministro Gelmini, nei salotti bouni, ripete all’infinito il mantra dell’internazionalizzazione, l’università italiana è avviata verso l’isolamento e, nella partita globale del brain drain, il deficit italiano continua a peggiorare: i giovani in gamba stanno imparando (a proprie spese) che, in Italia, chi voglia far ricerca deve munirsi di valigia e biglietto (di sola andata).

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