La magica medicina

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Di nuovo, anche sui giornali, si parla molto di Riforma dell’Università. Ciò avviene in seguito all’uscita dell’ennesima classifica internazionale dalla quale emerge che il nostro sistema accademico non gode di buona salute. Ovviamente il Ministro s’è precipitato a dichiarare che “la riforma è quantomai urgente“. Purtroppo non bastano né le parole e nemmeno le buone intenzioni.

Ma piuttosto che badare a questa liturgia meritocratica (che peraltro si ripete ad intervalli più o meno regolari) è utile cercare di capire cosa -in concreto- è stato fatto finora. Forse gli atti più rilevanti (ma anche controversi) riguardano il meccanismo dei concorsi: cerchiamo di capire cosa cambia con le nuove regole, quelle che dovrebbero debellare il virus dei concorsi truccati.

La prima modifica riguarda la formazione delle commissioni. Si è voluto inserire un elemento aleatorio nella scelta dei commissari, senza peraltro eliminare la fase elettiva. Questa misura, nelle intenzioni dichiarate, voleva rendere più difficili accordi e sotterfugi per truccare i concorsi. Purtroppo questo sistema ibrido ha diversi effetti collaterali. Il più evidente è stato quello di bloccare per lungo tempo la formazione delle commissioni; infatti questo meccanismo farraginoso, facendo il paio con una altrettanto farraginosa suddivisione in sottosettori disciplinari, era difficile da implementare, tanto da aver assorbito i burocrati del ministero per più di sei mesi prima che si venisse a capo del pastrocchio. Ed il peggio -forse- deve ancora venire: in caso di mancata elezione di un numero sufficiente di commissari sorteggiabili si dovrebbe tornare a votare, col rischio concreto di causare infiniti ritardi.

Ma l’accoppiata elezione-sorteggio ha effetti nefasti non solo sull’efficienza del sistema, ma anche sugli esiti. Infatti il sorteggio provoca una completa deresponsabilizzazione dei commissari, senza peraltro impedire che accordi e spartizioni avvengano dopo la lotteria dell’estrazione delle commissioni. L’effetto “selettivo” dell’elezione è quasi nullo perché, dati i numeri, per venir eletti tra i sorteggiabili basta il proprio voto. Questo meccanismo potrebbe anzi risultare nocivo: un docente scientificamente attivo non spenderà tempo ed energie per cercare di entrare a far parte di una commissione di un concorso ignoto; al contrario, gli intrallazzoni giocheranno a far man bassa di posti da commissario, in modo da aver merce di scambio per pilotare i concorsi che interessano. Questo potrebbe voler dire che, con questi metodi, anche dipartimenti virtuosi, che han sempre reclutato in maniera trasparente, rischiano di essere colonizzati da gruppi poco produttivi, ma politicamente forti.

Un altro cambiamento riguarda la soppressione del limite al numero di pubblicazioni da inviare alla commissione: sembra che tale regola, in alcuni casi, sia stato abusata al fine di far prevalere candidati scarsi. Per contro questa norma era utile facilitare il lavoro dei commissari: il candidato, oltre alla lista completa delle pubblicazioni, presentava anche un’antologia dei risultati migliori, rendendo possibile una valutazione qualitativa (oltre che quantitativa). Nonostante la questione sia controversa, i media hanno dato gran risalto alle posizioni degli “abolizionisti” relegando le posizioni favorevoli al “limite massimo” in spazi residuali (qualche lettera sul blog di Severgnini, un articolo su lavoce.info etc.).

E’ forte il sospetto che, per quanto riguarda i punti esposti sopra, le nuove regole non siano per nulla migliorative, se non altro perchè vanno in controtendenza rispetto alle prassi riconosciute a livello internazionale. Del resto, nessuno dei sistemi universitari più competitivi ha mai adottato un sistema che prevede di tirare a sorte i commissari.

Veniamo ora alle nuove norme specifiche per i concorsi da ricercatore. I nuovi criteri “meritocratici” magnificati dal Ministro non sembrano gran cosa. Le buone intenzioni -al solito- non mancano, ma -nella pratica- le indicazioni son sufficientemente vaghe da lasciare ai commisari ampi margini di manovra (il che non è necessariamente un male, beninteso). Insomma, sotto questo profilo non sembra che le cose siano granché cambiate.

C’e’ infine l’eliminazione delle prove scritte ed orali (sempre per i concorsi da ricercatore). Anche qui la questone è controversa: le prove potevano essere uno strumento per pilotare gli esiti (scegliendo quesiti molto mirati), ma potevano rappresentare anche uno dei fattori di maggiore aleatorietà negli esiti (chi faceva male aveva ben poche chance di passare). Ad ogni buon conto queste prove avevano una correlazione piuttosto debole con la capacità di far ricerca, pertanto il fatto d’averle soppresse non dovrebbe avere grosse controindicazioni.

Avrebbe invece controindicazioni (e grosse!) la soppressione della discussione dei titoli (che qualche giornalista, a volte, confonde con la prova orale). Il motivo è semplice: uno dei meccanismi che affossano il merito è quello della “coda”, ovvero l’usanza secondo la quale si avanza per anzianità. I dottorandi anziani (o i protetti del boss) firmano articoli dei più giovani, anche senza aver dato alcun contributo, e chi è in fondo alla coda provvede, col proprio lavoro, a farla scorrere. Chiaramente l’unica occasione per distinguere un curruculum fittizio (gonfiato da contributi altrui) da un serio percorso di ricerca è al momento della discussione dei titoli. Cosa che peraltro avviene in tutte le università dei paesi sviluppati (e non solo nelle università).

Il problema dei concorsi truccati è certamente annoso: probabilmente in Italia si sono sperimentati quasi tutti i metodi, ma chi voleva barare c’è sempre riuscito, a dispetto (o forse grazie) agli effetti di quella che Fausto Panunzi (in un bell’articolo già citato sopra) chiama scherzosamente “ingegneria concorsuale“. Insomma: chi crede alla favola di un qualche miracoloso rimedio burocratico è destinato a rimanere deluso.

Del resto sembra che anche le nuove regole lascino falle più o meno evidenti. Uno dei punti più deboli del sistema è forse rappresentato dai posti di ricercatore a tempo determinato: permettono di bandire (spesso in maniera semi-clandestina) posti con profili più mirati e sembrano essere lo strumento ideale per perpetuare le baronie nell’università. Ma questa non e’ l’unica falla, tant’e’ vero che lo stesso Ministro s’e’ sentito in obbligo di intervenire con una circolare ministeriale al riguardo. Ma non e’ chiaro che una circolare possa emendare queste nuove regole, bizantine ed arrafazzonate. E’ un po’ come se il ministro delle Finanze mandasse una circolare per auspicare che i contribuenti paghino le tasse: chi le ha sempre pagate continuera’ a pagare, i grandi evasori dormiranno sonni tranquilli.

Quindi non c’è nulla da fare? No, al contrario. La riforma non può che partire dalla valutazione, dalla responsabilizzazione dei singoli e dei Dipartimenti: per raggiungere questo obiettivo la strada è ancora lunga e, c’è da scommetterci, tutta in salita. Ma non ci sono scorciatoie.

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