Ritorno al futuro

UniRa

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La settimana scorsa Italia Oggi ha pubblicato un articolo riguardante l’avanzamento della riforma dell’universita’ (della quale, negli ultimi tempi, si erano un po’ perse le tracce): “Ritorna dal passato la valutazione della ricerca”. L’articolo si riferisce all’annuncio di uno stanziamento di 1,5 milioni di euro destinati al Comitato di Indirizzo per la valutazione della Ricerca (CIVR). La notizia non e’ da poco: dopo aver tanto parlato di meritocrazia si comincia (forse) a porsi il problema di definire cosa si intenda per “merito” e l’esito finale, ovvero le procedure di valutazione che verranno individuate, condizioneranno non poco il futuro dell’universita’. Nel bene o nel male.

Il dibattito riguardo alla valutazione ha ben poco spazio sui media tradizionali, ma per fortuna trova spazio su blogs o gruppi di discussione “tematici”. Per molti la cosa riveste un certo interesse: per chi ha progettato il proprio futuro nella ricerca (in Italia), per chi è emigrato, per chi lavora gia’ nel settore. Il fatto che, proprio all’interno del mondo accademico, si cominci a sviluppare un dibattito reale -aperto e partecipato- su questi temi, rappresenta certo una buona notizia. Uno dei gruppi dove la discussione e’ stata molto animata e’ quello che si e’ raccolto attorno al progetto UNI.RA, dove da un paio di settimane compare una prima dichiarazione d’intenti, frutto di una vivace (e caotica ;-) discussione su Mailing List tematica.

Certo, l’intero corpo accademico ha pesanti responsabilita’ sullo stato -non buono- dell’universita’ italiana. Ma queste responsabilita’ non sono certo distribuite in maniera uniforme. Come ben sa qualunque fanciullo che si prepara alla prima comunione, si puo’ peccare in “pensieri, parole, opere ed omissioni”. E se c’e’ qualcuno che ci ha dato dentro con le “opere”, alla maggior parte del corpo accademico puo’ essere imputata solo la colpa catalogata come “omissioni”. Ovvero il non esser riuscito a cambiare quei meccanismi che han permesso al malcostume diffuso nella societa’ italiana di infiltrarsi fin nei gangli vitali dell’universita’ (il nepotismo rappresenta solo la punta dell’iceberg).

Per finire, torniamo alla questione della valutazione della ricerca. Nel 2006, ai tempi del Ministro Letizia Brichetto (in Moratti), il CIVR aveva fatto un lavoro che, seppur perfettibile, e’ unanimemente ritenuto piu’ che dignitoso (anzi: quasi pionieristico, se si considerano gli standard italiani). Però poi il successivo ministro (Fabio Mussi) non ha voluto tener conto di questi dati, con la scusa che era in cantiere una struttura (l’ANVUR) che sarebbe stata in grado di dare una valutazione complessiva degli atenei (didattica compresa). Ma, al solito, il meglio è nemico del bene: il governo cadde ben prima di riuscire a sbrogliare la questione ed il resto è cronaca recente (per approfondimenti rimandiamo al sito pubblicoergosum).

Aggiungiamo che i pessimisti (o realisti?) sostengono che la valutazione effettuata nel 2006 dal CIVR fu imparziale solo per il fatto che non ci si aspettava che sarebbe stata utilizzata per spartire risorse: non ci fu il consueto assalto alla diligenza perché mancava -appunto- la diligenza.

Insomma, se davvero l’università riucisse a dotarsi di un organismo in grado di effetuare una valutazione imparziale, e se una percentuale (non irrilevante) di risorse venisse allocata sulla base dei risultati di questa valutazione, ciò sarebbe qualcosa di inedito. Un ritorno al futuro.

Speriamo solo che non sia fantascienza.

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