Ad occhi chiusi

cieca Quando si parla di Università e Ricerca, la parola meritocrazia sembra essere decisamente inflazionata. Se però si esaminano le norme che dovrebbero dare ossigeno all’università, privilegiando il merito, il panorama è sconsolante: non si vede all’orizzonte alcuna iniziativa in grado di evitare che i tagli affondino anche le realtà virtuose. Anzi, in alcuni casi la pezza e’ peggio del buco.

Consideriamo la norma che ha concesso alle Università la possibilità di prepensionare quei ricercatori (e personale tecnico-amministrativo) che abbiano pagato almeno 40 anni di contributi. Tale norma è stata spacciata come una misura per svecchiare il corpo docente ma, oltre ad essere poco efficacie, ha delle ricadute fortemente negative. Vediamo perché.

La norma non riguarda tutto il corpo docente ma solo i ricercatori. Ciò ha spinto le università che intendono servirsene per risollevare il bilancio (Pisa, Firenze, Genova …) ad utilizzarla in maniera indiscriminata, al fine di ottenere un risparmio non irrilevante. Ciò significa che verranno prepensionati, loro malgrado, anche ricercatori scientificamente molto attivi. Quindi la scelta del personale da prepensionare dipende unicamente da un criterio burocratico e non ci si chiede se il ricercatore che viene messo a riposo sia strategico per l’attività didattica e/o scientifia del dipartimento a cui afferisce. Questa norma ha anche un risvolto particolarmente odioso perche’ finisce per essere duramente punitiva verso chi ha fatto sacrifici per riscattare gli anni della laurea: saranno proprio costoro ad esser messi forzatamente a riposo con maggior anticipo.

E’ questo il modo per far largo ai giovani? Difficile crederlo. Da un lato gli effetti positivi che i prepensionamenti possono avere sulla nuova occupazione sono fortemente smorzati dal blocco del turn-over; dall’altro è chiaro che non c’e’ alcuna intenzione di affrontare seriamente i problemi più spinosi. Intendiamoci: un problema anagrafico esiste, e i numeri sono abbastanza impressionanti (si legga anche l’articolo di Stella e Rizzo). Tuttavia proprio da questi dati è evidente che per svecchiare l’accademia è necessario guardare innanzitutto ai docenti di prima e seconda fascia. Cio’ permetterebbe anche di ottenere consistenti risparmi facendo una scelta oculata del personale da prepensionare: non in base a parametri burocratici ma piuttosto sulla base del’attività didattica e scientifica degli ultimi anni. Si eviterebbero così gli scompensi dovuti alla perdita di elementi attivi, mentre i risparmi verrebbero realizzati pensionando docenti che magari -di fatto- erano a riposo già da tempo.

Ma purtroppo, se sotto il profilo meritocratico il legislatore si muove ad ochi chiusi, quando ci sono in ballo differenze di casta ci vede benissimo: i tagli vanno a colpire là dove è più facile colpire, mentre coloro che hanno maggiori responsabilità nella gestione degli atenei non vengono minimamente sfiorati da queste misure.

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