Nel nome del padre

Ieri, in un articolo sul Corriere, Gian Antonio Stella ironizzava sull’ennesimo caso di (sospetto?) nepotismo accademico; il medesimo caso e’ stato ripreso oggi dalla Stampa visto che questa volta ad essere sul banco degli imputati e’ un membro del CUN.

Di episodi analoghi si e’ parlato molto, specialmente negli ultimi tempi, e cio’ -per certi versi- e’ un bene: la disapprovazione dell’opinione pubblica sembra essere -al momento- l’unica (debole) arma contro comportamenti poco trasparenti.

Purtroppo anche la denuncia spesso e’ un’arma spuntata: nel mondo accademico (come nelle professioni) sono molto numerosi i figli d’arte, ma questo termine abbraccia tutto lo spettro che va dal ricercatore geniale (che surclassa il genitore) fino ai casi di nepotismo piu’ sfacciato (e, talvolta, sfrenato).

Ma e’ davvero il nepotismo il cancro del sistema accademico? No: credere cio’ sarebbe confondere il sintomo per la malattia. Certo, e’ piu’ semplice additare casi di nepotismo (piu’ o meno conclamato) piuttosto che sforzarsi di capire quali siano i meccanismi perversi che lo generano.

Il nepotismo e’ un sintomo di varie disfunzioni ataviche che affliggono l’Universita’ (e -piu’ in generale- la societa’ italiana) quali, per esempio:

  • una scarsissima mobilita’ (intesa sia in senso ‘fisico’ che sociale) ed un volubile senso morale;
  • carriere che procedono con automatismi, seguendo l’anzianita’ di servizio;
  • deresponsabilizzazione dei singoli (quello che conta e’ solo il rispetto formale delle norme).

Da un lato c’e’ la tentazione di imporre nuove regole o adottare codici etici, dall’altro ci si rende facilmente conto che proprio la complicazione delle leggi favoriscono chi, frugando tra le pieghe delle norme, e’ capace di escogitare ingegnosi sotterfugi.

Come uscire allora da questa impasse?

Si sta facendo strada, anche internamente al mondo accademico l’idea che la soluzione giusta sia quella di cambiare radicalmente quegli aspetti del sistema che costituiscono il brodo di coltura di comportamenti poco limpidi.

L’idea -non particolarmente originale- e’ quella di dotarsi di un ente che valuti la ricerca prodotta dai singoli ricercatori e dai vari Dipartimenti e di legare a questi risultati sia una parte consistente dei finanziamenti sia una parte variabile del salario del personale. In questa maniera i Dipartimenti sarebbero indotti a seguire logiche simili a quelle di una squadra di calcio, con una competizone (anche interna) ma dove tutti i giocatori concorrono ad un risultato comune (anche se con mansioni differenziate).

In questo modo chi volesse raccomandare una persona mediocre (parente o meno) dovrebbe vincere la resistenza dei membri del Dipartimento. Ma quale genitore faticherebbe tanto per garantire al figlio uno stipendio modesto (la parte fissa) inserendolo in una struttura competitiva dove verrebbe considerato un peso morto?

Ovviamente per arrivare ad un’organizzazione del genere c’e’ da cambiare molte cose e -soprattutto- sarebbe necessario mettere in discussione alcuni cosiddetti “diritti acquisiti“.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: